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Carmine Persichetti
Scultore autodidatta, custode della memoria e dell’anima di Bomba
Nasce a Bomba (CH) il 19 gennaio 1924, scompare a Roma il 16 Novembre 2019.
Sin da bambino si appassiona alla natura e agli animali che ha modo di incontrare accompagnando la madre nei campi e da lì nasce la sua passione artistica.
Non basta vedere, vuole riprodurre tutto ciò che genera emozione e dà significato al creato. Si procura il materiale raccogliendo quello che la natura stessa metteva a sua disposizione: rami, canne, terra. Il suo primo scalpello è un piccolo coltello e gli altri attrezzi venivano spesso ideati e costruiti all’occorrenza con maestria. Le basi di elaborazione artistica prendevano spunto dalla profonda osservazione del paesaggio e della dinamicità dei soggetti, “rubando” con avidità le immagini dei suoi libri trasformando il tutto in scultura con spiccata creatività. Nell’arte trasporta il senso di libertà, l’amore dei suoi luoghi e la sua scultura è “dono” ai suoi cari, gli amici a chi ha posto nel suo cuore.
Il legno è per l’artista materiale vivo che raccoglie in sé gli elementi della natura e con i suoi colori, venature e profumo, offrendo quelle caratteristiche necessarie alla realizzazione delle sue opere. Il tipo di legno viene studiato in base al soggetto da raffigurare e le stesse imperfezioni (nodi, funghi tarli) diventano motivo di scelta. Per consentire la perfezione dell’intaglio in oggetti di piccole dimensioni e permettere la pittura dell’oggetto utilizza il “cirmolo”, mentre per realizzare opere nelle quali è necessario far risaltare la forma e la dinamicità del soggetto utilizza l’ulivo, il ciliegio o altro genere di legno. Le sue opere si caratterizzano per la sinuosità delle forme e l’attenzione ai particolari del soggetto rappresentato.
La sorella Tina, ultima di otto figli, racconta che mentre aspettavano la madre in campagna, Carmine realizzava gli oggetti più disparati. Non bastava però crearli, dovevano funzionare veramente. Allora lei diveniva la sua cavia umana: “soffia le pale che il mulino deve macinare”. A nulla servivano le sue rimostranze!
Cresce ma la vita per una famiglia povera e numerosa non è facile. Deve sostenere la sua famiglia e si adegua ad eseguire qualsiasi lavoro gli consentisse un piccolo guadagno.
Il 6 marzo del 1943 si sposa con Maria Martorella. Dall’ unione nascono Marziale, Mimma, Mirella e Donatina, ma una sciagura lo priva del suo primogenito.
La guerra incombe e il 28 maggio del 1943 viene assegnato al 3° Reggimento di Artiglieria Contraerea di Firenze con il grado di soldato. Il 16 settembre dello stesso anno giunge sbandato alla sua Bomba, sfuggito alla cattura dei tedeschi a seguito agli eventi sopravvenuti all’armistizio.
I suoi racconti narrano lo strazio delle crudeltà vissute e la grande nostalgia per i suoi cari e per i suoi amati luoghi. “L’Italia è Bomba” è il suo ricorrente motto! La distanza non lo ferma e “accetta” perfino di guidare l’auto solo per raggiungerla appena possibile. Riscatta con tenacia e orgoglio la casa di Via Vico Supportico a Bomba, venduta dal suo papà per sopperire alle esigenze economiche.
Lavora come contadino e successivamente nel cementificio di Bomba che nel 1959 dopo alcuni anni lo trasferisce a Roma. Non si distacca però da quei luoghi e continua e riviverli a suo modo. Ogni momento di pausa è dedicato alla sua vena artistica. I pezzi di legno raccolti nei boschi si animano nelle sue mani e diventano sculture. I suoi personaggi preferiti sono animali, fiori, piante, oggetti caratteristici della sua amata Bomba. Le figure sacre sono il suo riferimento di cattolico devoto. In occasione del 50° e del 75° Anniversario del matrimonio Carmine e Maria vengono ricevuti da Papa Francesco nella chiesa di Santa Marta a cui l’artista dona una sua scultura.
Le dure esperienze di vita e la cultura dominante, improntata all’uomo inflessibile, determinano nell’artista una forte personalità, è un vero “lupo marsicano”. Generoso, riservato, scevro da sentimentalismi, con un’alta moralità, ligio alle regole e instancabile lavoratore, Carmine cela anche una particolare sensibilità , un amore infinito per la famiglia e una grande umanità.
L’età avanzata e la comparsa delle fragilità fisiche non fermano l’amore per il suo legno. A 90 anni ” diceva: non devo arrendermi altrimenti la testa se ne va”. Vuole anche trasmettere la sua storia e allora scrive ai nipoti e ai pronipoti il suo diario di vita. Continua a dare forma a piccoli soggetti, a dipingerli e soprattutto a donarli.
Mostre
- 1986 – Bomba (CH) – Chiesa sconsacrata di San Mauro
- 1992 – Roma – Sala affrescata del Comune di Roma, Via del Teatro Marcello
- 2014 – Roma – Campo dell’arte – Ciampino
- 1989 – Primo Premio Concorso “Presepe 1989” – Sunday Club – Mauro Casanatta.
di Massimo Pasqualone
La lunga tradizione abruzzese di scultori, intagliatori ed ebanisti si arricchisce di una figura particolarmente sensibile come quella di Carmine Persichetti, scomparso nel 2018, e la cui memoria permane attraverso una serie di preziose opere realizzate in legno, che possono essere divise in diversi filoni narrativi: la natura in genere, gli animali, la fede, la tradizione e gli antichi mestieri.
Al cospetto della sua produzione ci si trova meravigliati di fronte ad una simile perizia tecnica, che in molti decenni ha dato vita ad una capacità di irretire il lettore dell’opera d’arte frutto, come detto, di una attività certosina di intaglio e levigazione, colorazione, attenzione ai materiali, innesti con la tecnologia per renderli ancora più autentici (è sufficiente pensare alle biciclette o ai mezzi di trazione da lui realizzati), in un crescendo di esperienze che però, a nostro avviso, culminano nella realizzazione di quadretti naturalisti che hanno per protagonisti gli animali.
Carmine Persichetti li studia attentamente, coglie il particolare e realizza vere e proprie opere in miniatura, anche se poi alcune sono di grandi dimensioni, insistendo su determinate caratteristiche che l’animale possiede.
Non è necessario Fedro, neppure Esopo, o altri moderni favolisti o descrittori di virtù animali, per rendersi conto che Persichetti, da un lato, si meraviglia per la bellezza di questi esemplari, dall’altro vive il tempo dell’arte e della bellezza, utilizzando dei simboli noti a molti.
La cicala e la formica, il leone ed il coccodrillo, gli animali da cortile piuttosto che quelli del bosco sono raffigurati con la loro potenza espressiva e simbolica, forse a mo’ di insegnamento, con una morale che sempre e comunque l’opera d’arte contiene e trasmette, e di morale, di onestà, di rigore intellettuale Carmine si faceva ovunque e sempre alfiere.
Tra i tanti animali realizzati, in particolar modo mi hanno colpito le api ed ho provato ad immaginare la meraviglia di Carmine Persichetti di fronte a tanta operosità, ordine, organizzazione, solidarietà, forse una idea di comunità desiderata, soprattutto dopo il trasferimento a Roma, avvenuto per motivi di lavoro nel 1959.
Colpiscono, inoltre, le statuette del presepio, realizzate dal nostro con attenzione al particolare e con la decisa volontà di trasmettere a tutti la sua profonda fede, attraverso una lunghissima tradizione che arriva a Bomba da Greccio.
La patria degli Spaventa, la sua patria (l’Italia è Bomba, era solito dire), viene colta in diversi oggetti di lavoro, in alcuni personaggi o mestieri ora scomparsi, ma ben fissati nella sua mente: l’opera d’arte allora si fa testimonianza storica, memoria di una vita, ricordo capace di trasmettere alle generazioni future quello che non è più, ma permane, quasi baluardo ad una deriva dei valori e dei costumi, argine alla piena di sentimenti detti postmodernità.
C’è rimpianto per una civiltà che scompare, quella contadina, con tutti i suoi strumenti di lavoro e trasformazione dei raccolti, ma non disperazione; ci sono gli insegnamenti degli antichi da tramandare, ci sono gli attimi da fissare per sempre come in alcuni bassorilievi che narrano scene che i giovani non hanno mai visto e che è opportuno raccontare.
Autodidatta ed istintivo, Carmine Persichetti incarna quella preziosa figura (sicuramente peculiare in Abruzzo) a metà tra l’artigiano e l’artista, finanche sciamano, in alcuni tratti, per quella visione della natura e dei suoi abitanti che mai lo ha abbandonato.
E che ora vive per sempre nelle sue opere.










